#litalianoviva#dilloinitaliano Davvero l'italiano gode di buona salute? In questa puntata confutiamo 5 tra le più frequenti falsità sullo stato di salute della nostra lingua.
Come salvare l'italiano in 1 minuto e 5 mosse ■ 1) Vai a questo indirizzo: https://www.change.org/p/sergio-mattarella-basta-anglicismi-nel-linguaggio-istituzionale-viva-l-italiano-litalianoviva ■ 2) Inserisci nel campo a destra: nome, cognome e indirizzo di posta elettronica (email). Consiglio: Per il rispetto della tua privatezza (privacy) puoi spuntare “No. Non voglio sapere se ci sono novità su questa e altre importanti petizioni.” In questo modo non verrai profilato dalla piattaforma che non ti potrà mandare comunicazioni (a parte la conferma della firma). Puoi scegliere che il tuo nome (solo quello, non il tuo indirizzo di posta) sia visibile a tutti e puoi lasciare un commento; oppure se preferisci rimanere anonimo puoi spuntare la casella “Non mostrare il mio nome e il mio commento su questa petizione”. ■ 3) Clicca “Firma” ed evita di lasciare contributi (noi non chiediamo nulla). ■ 4) Vai nella casella di posta e cerca il messaggio di Change.org che dovrai confermare (attenzione: potrebbe arrivare nella cartella "Promozioni"). ■ 5) A questo punto puoi firmare. Ti arriverà un ultimo messaggio della piattaforma con il ringraziamento dell'avvenuta firma e l'invito a condividere. Vedi tu. Se hai spuntato l'opzione di non essere contattato non riceverai altre comunicazioni.
Letture consigliate: "Diciamolo in italiano. Gli abusi dell'inglese nel lessico dell'Italia e incolla" (A. Zoppetti): https://amzn.to/3dOigH3 "L'italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua" (C. Marazzini): https://amzn.to/2WSiV3n
L'argomento della scorsa puntata, quella sull'abuso degli anglicismi nella nostra lingua,
ha destato un grande e inaspettato interesse.
La maggior parte di voi conviene sul fatto che, in effetti, ultimamente si stia un po' oltrepassando il segno.
Per qualcuno, invece, è tutto normale e ciò che sta avvenendo non desta particolare preoccupazione.
È la stampa, belletta, la stampa, e tu non ti puoi far niente.
Ma davvero non c'è ragione di preoccuparci?
In questa puntata vediamo insieme cinque tra le più frequenti obiezioni a chi pensa, come me,
che l'italiano in realtà non se la passi poi così tanto bene.
E, al termine della puntata, mi raccomando, seguitela tutta,
ci sarà un importante annuncio, una bella novità.
Tutto questo tra poco, dopo la sigla.
Una delle principali obiezioni è che l'invasione degli anglicismi aggredisce solo il lessico,
quindi non la sintassi, cioè le regole che combinano le nostre parole.
È vero, verissimo.
E questo dovrebbe rassicurarci?
Dean Sul Top della Old Skyline, passero single,
ed erra il feeling per questa valle.
In questo esempio, che ovviamente è volutamente estremizzato,
volutamente provocatorio,
la sintassi dell'italiano è intatta.
Ma davvero possiamo ancora chiamarlo italiano?
Quello che sta morendo, infatti, non è la sintassi
o le regole grammaticali che comunque non godono di buona salute,
quanto invece proprio il lessico, l'ortografia, la fonetica,
quella sua dente unica musicalità
che manda in estasi gli amanti dell'italiano di ogni parte del mondo.
È molto pericoloso, signorina.
Molto pericoloso.
Carissima.
Oh, speak it, speak it!
Il nostro buco milanese con piselli.
Melanzane, parmigiana con spinaci.
Dove la farmacia?
Yes, yes, yes!
No, no, no!
Sì, sì, sì!
No, no, no!
No, not here!
Dove la fontana di tre?
Not here, Otto!
Mozzarella?
No, not here!
Parmigiana?
Gorgondola?
Insomma, cari amici, scenetti divertenti a parte
ciò che sta morendo, effettivamente,
è quel idioma gentil, sonante, puro
di alfieriana memoria.
Qualcuno sostiene che gli anglicismi non siano un problema per la nostra lingua
perché riguardano determinati settori.
Forse era vero trent'anni fa
quando l'informatica era alle prime armi,
riguardava dei tecnici specialistici
e quindi parole come mouse, hard disk, laptop
erano riservate effettivamente agli addetti ai lavori.
Ma quelle parole che un tempo erano appannaggio degli addetti ai lavori,
piano piano con il tempo,
si sono riversate nel parlare comune,
sono entrate a pieno diritto nel lessico comune
insieme a parole come web, come tablet, come smartphone.
Ma l'informatica è solo uno dei tanti settori tecnici
attraverso i quali penetrano gli anglicismi
perché sono proprio i settori tecnici
che fungono un po' come da approdo,
sono dei porti nei quali entrano gli anglicismi
e poi una volta penetrati, approdati all'interno di questi settori,
piano piano si diffondono quasi come una specie di virus
e vanno a contaminare con il tempo anche il lessico comune.
La lingua di oggi è un dato di fatto
attinge sempre di più dai settori tecnici
e quelli che forse un tempo erano sì dei termini appannaggio degli addetti ai lavori
e oggi non più, sono sulla bocca di tutti,
basta leggere i giornali, basta guardare la televisione per rendercene conto.
Dal settore economico, ad esempio,
ormai sono sulla bocca di tutti termini come spread,
spending review, recovery fund,
ma anche termini più banali, più semplici come economy,
si parla sempre più spesso di green economy, di new economy,
si parla di start up, è linguaggio comune,
non è linguaggio settoriale.
Addirittura persino il cibo, cosa c'è di più popolare del cibo,
del vino, del buon gusto italiano?
Anche quello si è trasformato in inglese,
non si parla di street food,
si parla di wine bar, le inoteche non esistono più,
ci sono i wine bar, fa più fico, fa più cool.
Insomma, è evidente sotto gli occhi di tutti,
non si può affermare che gli anglicismi non siano entrati
anche nel linguaggio comune, nel linguaggio di tutti.
È vero, in linea di massima l'inglese è una lingua più sintetica,
più breve della nostra,
ma soprattutto è una lingua più ricca di monosillabi
che tradotti nella nostra lingua diventerebbero parole un po' più lunghe.
Per fare qualche esempio veloce,
team invece di squadra, staff invece di personale,
flop invece di fiasco,
oppure anche il comunissimo shop invece di negozio.
Ma attenzione, non sempre è così,
soprattutto non può essere questa la vera ragione
per la quale adottiamo così copiosamente l'inglese,
visto che si sente dire misunderstanding
al posto di equivoco, malinteso,
si sente dire leader, che posso capire sia più evocativo di capo.
Non credo che sia per risparmiare una E finale a mission,
a vision, a competitor che si adotta l'inglese.
Ci sono degli altri motivi che vedremo poi
per i quali adottiamo l'inglese.
Noi volevamo sapere...
Noi volevamo sapere l'italiano.
Ma bisogna che parliate l'italiano perché io non vi capisco.
Parla italiano! Parla italiano!
Complimenti!
Ecco, a mio avviso questa è l'obiezione più solida,
più concreta, più importante all'uso che facciamo noi degli anglicismi,
cioè la necessità.
A differenza dei madrelingua, infatti,
noi italiani utilizziamo la maggior parte, probabilmente, degli anglicismi
con un unico significato, un significato univoco.
Ad esempio, se io dico mouse a un italiano,
questo capisce automaticamente, immediatamente
che sto parlando del puntatore del computer.
Se dico web a un italiano, questo immediatamente capisce
che sto parlando della rete.
Se invece lo dico a un inglese,
questo potrebbe capire che stia parlando di una ragnatela.
Quindi è vero, ci sono degli anglicismi che per noi hanno
un significato univoco e inequivocabile.
Ben inteso che poi, per diletto, per provocazione,
si può far di tutto, anche chiamare furbofono
uno smartphone o caccioburghese un cheeseburger.
Ma, vedete, il punto non è questo.
La vera domanda, secondo me, è questa.
Davvero quando entra qualcosa di nuovo nella nostra società
che sia un accessorio, un oggetto, una situazione,
uno stato emergenziale,
davvero dobbiamo adottare passivamente
il termine straniero o esiste qualche alternativa?
In realtà le alternative esistono e sono tutte più sane
per la propria lingua, per la nostra lingua madre.
E sono delle alternative, in effetti,
che attuano altri paesi di lingua romanza
come la Spagna e come la Francia.
E sono alternative che l'Italia, gli italiani,
da tempi immemori ha attuato
e che adesso, così, magicamente, misteriosamente,
non adottiamo più.
La prima alternativa è quella di creare un neologismo.
Uno dei più antichi neologismi risalenti
a poco dopo la scoperta dell'America
è il pomodoro, che bellissimo termine
per indicare questo frutto, questo tomato
proveniente dalle Indie.
Nel corso della storia noi italiani
abbiamo creato, abbiamo adottato, abbiamo concepito
tanti nuovi termini, tanti neologismi
che sono poi entrati di fatto nel vocabolario.
Se però creare un neologismo ci pare ridicolo,
ci pare brutto, cosa che secondo me
non dovrebbe essere così,
c'è anche l'italianizzazione
che veniva fatta quantomeno un tempo,
oggi si fa sempre meno.
Pensiamo ad esempio a Rivoltella
in luogo di Revolver
o pensiamo anche a Baco
in luogo di Bug di un programma.
Ma se proprio non vogliamo creare neologismi,
se proprio non vogliamo adattare
il termine straniero alla fonetica italiana,
c'è un'altra possibilità
che è quella di estendere il significato
di un termine già presente.
Nulla lo vieta, come fanno del resto
molto spesso i nostri cugini d'Oltralbe.
Se invece di importare così passivamente
in modo crudo i termini inglesi
noi li adattassimo, li traducessimo
o inventassimo parole nuove,
la nostra lingua sarebbe più sana,
più ricca, più varia.
In fin dei conti, dov'è finita
quella proverbiale creatività di noi italiani?
Quindi secondo me non è vero
che importiamo termini inglesi per necessità.
Importiamo termini inglesi
forse per pigrizia
o forse, e questo è ancora peggio,
per un qualche complesso di inferiorità.
Questa è l'obiezione più assurda,
veramente un'obiezione che non sta
né in cielo né in terra.
La libertà di parola grazie al cielo
è sacrosanta e,
l'ho detto sin dall'inizio nella scorsa puntata,
lo ribadisco in questa,
ognuno deve essere libero
di parlare come meglio crede.
Sarebbe impensabile, folle, scellerato
pensare anche soltanto,
ipotizzare a normare,
a disciplinare in qualche modo
gli anglicismi, la penetrazione degli anglicismi.
Vedete, quello che io intendo fare
con questi video non è quello di
denunciare, di criticare,
di redarguire,
che poi io, per carità, sono uno dei primi,
non mi faccio problemi
a utilizzare termini stranieri
quando li reputo opportuni
in un certo contesto.
Il punto, infatti, è un altro.
Io con questi video voglio in qualche modo
esprimere il mio
sentimento di preoccupazione,
il mio sentimento di allarme
per una sorta di
decadenza dell'italiano,
un depauperamento
dei termini, della sua fonetica,
della sua bellezza.
Quindi quello che vorrei, insomma, è che
si potesse un po' riscoprire
davvero il piacere,
la bellezza della nostra lingua
per
diffonderla, per tutelarla
meglio, perché
anche la nostra lingua, al pari
delle tante bellezze che abbiamo in Italia,
come l'arte,
l'architettura, il paesaggio,
anche la nostra lingua
è un patrimonio
culturale, che quindi va
difeso, va tutelato, va
promosso. L'abuso,
non l'uso, l'abuso dei forestierismi
va a intaccare
questo patrimonio, va a
corrompere la sonorità,
va a impoverire il
lessico, e quindi succede,
succederà che poi dei termini che
potevano ancora essere utilizzati
vanno in disuso,
non si usano più. Ma forse, amici,
qualcosa sta cambiando,
qualcosa si sta muovendo,
ed è questa la bella notizia
che ho voluto osservare per la fine di questa
puntata, ed è una notizia che
vi do davvero con,
da una parte con grande
orgoglio, ma dall'altra anche con
grande emozione e con
grande entusiasmo,
perché sono davvero lieto
di annunciarvi che c'è
un gruppo di cittadini che ha
a cuore la salute del
nostro patrimonio linguistico,
che si è riunito, si è costituito
per lanciare
una petizione, una petizione
rivolta alle istituzioni,
che loro per prime diano
il buon esempio, con l'intento di
promuovere, di
tutelare, di valorizzare
la nostra lingua, almeno in
quei settori istituzionali
che ci rappresentano come cittadini
e che rappresentano l'Italia
in tutto il mondo. Tra i promotori
di questa petizione, che è stata ideata
da Antonio Zoppetti, che ho citato
nell'ultima puntata, che studia
da anni attentamente e
sistematicamente questo fenomeno degli
anglicismi, tra i promotori
di questa petizione troviamo dei
nomi illustri, del calibro di
Maria Luisa Villa, che è una
immunologa, nonché una social
corrispondente dell'Accademia della Crusca,
Luigi Quartapelle, che è un ordinario di
fisica e dinamica dei fluidi, Giancarlo
Consonni, che è un poeta,
nonché professore merito di
urbanistica,
il professor Berilacqua, che è
uno storico, uno scrittore,
già ordinario di storia contemporanea
all'Università della Sapienza di Roma,
a questi promotori si aggiungono
anche altri cittadini come
registi, come attori e
molto più modestamente e
molto più umilmente
anche il sottoscritto. Il
motto è l'italiano
viva, cancelletto l'italiano
viva o hashtag, se vi piace
dirlo così, l'italiano
viva. Basta firmare
per fermare l'inglese,
basta diffondere
per difendere l'italiano.
Quindi quello che vi faccio adesso
non è soltanto un annuncio,
ma è un vero appello, un appello
accurato a chi tra di voi,
e so che ce ne sono, che
amano la nostra lingua, che ama
il nostro patrimonio linguistico
e intende difenderlo, intende
promuoverlo, intende tutelarlo,
firmi questa
petizione. In descrizione
vi lascio tutti i collegamenti
per leggere la petizione, per
firmarla e poi vi lascio anche i collegamenti
per eventuali approfondimenti
del caso. Conto questa
volta davvero su di voi. Firmate
e condividete, diffondete
e firmate. Fate
conoscere questa
bella, bellissima iniziativa
l'italiano viva.
Ciao.
A presto.