In questa intervista l’editorialista e saggista e ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari dà una chiave di lettura “alternativa” del processo di pace avviato in Medio Oriente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, spiegando come la pace in Medio Oriente e l’eliminazione del potere di Hamas e degli jihadisti – per quanto importante – sia solo una sorta di passaggio intermedio nel rilancio degli Accordi di Abramo (firmati nel 2020 nel corso della prima amministrazione Trump) che sanciscono la normalizzazione dei rapporti tra Israele e le nazioni arabe, in particolare Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco.
Secondo Maurizio Molinari, il progetto «geoeconomico» e «geopolitico» di Donald Trump è quello di rispondere al progetto di colonizzazione su scala mondiale del regime comunista cinese chiamato “Nuova via della Seta”, con un’alleanza economico-politica di una “cintura” di nazioni che parte a est con l’India e finisce a ovest col Marocco.
Buongiorno Dottor Mavizio, vi volevo chiedere da quanto esiste questa alleranza tra il fondamentalismo
islamico armato, nata dai tempi di Arafat e del vostro signore Bursi?
I gruppi jihadisti nel mondo del Medio Oriente hanno come base teologica e ideologica quella
che è stata la predicazione di Hassan al-Banna negli anni 20 del Novecento, dopo la caduta
dell'impero ottomano, quando arriva Ataturk e modernizza la Turchia, Ataturk abolisce
il califato. L'istituto del califato era sopravvissuto dai tempi di Mohammed fino alla Turchia ottomana.
Ataturk dice basta con questa storia dei califi, il califo significa l'erede e il successore
di Mohammed, non ci deve essere più un califato. Hassan al-Banna è il teorico islamista che
riunisce gli oppositori a questa scelta di Ataturk al Cairo e fonda la fratellanza musulmana.
Quindi la fratellanza musulmana nasce nel 1928 al Cairo con Hassan al-Banna che dice
Ataturk sbaglia tutto, non dobbiamo fare come Ataturk che sceglie i costumi dell'Occidente
ma dobbiamo combattere l'Occidente, dobbiamo combattere la modernità, con le armi. Il
fatto è che questa teoria dei fratelli musulmani del 1928 cresce e si sviluppa nel mondo arabo
in contrapposizione al nazionalismo arabo, cioè è una scelta diversa, è la moschea
contro i militari, questo è quello che abbiamo. Tutto ciò porta e genera nel nostro tempo
l'ideologia di Al-Qaeda. Arafat quando fonda l'Organizzazione per la Liberazione della
Palestina è un nazionalista arabo che arruola al suo interno anche i gruppi più islamici
ma lui è un nazionalista arabo. Hamas quando nasce, nasce contro il nazionalismo arabo
e infatti vede nell'autorità nazionale palestinese il suo nemico giurato.
Il punto qual è? Che tutto questo arriva a noi prima con Al-Qaeda, poi con lo Stato
islamico e poi con Hamas che guida la seconda intifada nel 2001, 2002, 2003, 2004 che attenzione
fa mille morti in Israele e poi lancia il 7 ottobre. C'è una continuità ideologica
fra Al-Qaeda, lo Stato islamico e Hamas. Qual è la continuità ideologica di questo jihadismo
armato? La ricostruzione del califato, cioè il pensiero di Hassan al-Banna, questo è il tema.
Perché vogliono ricostruire il califato? Perché loro sostengono che bisogna distruggere tutti quelli
che non sono musulmani, i cristiani, gli ebrei, tutti coloro che non sono musulmani ma anche
eliminare tutti i musulmani che si modernizzano, cioè che rifiutano l'ideologia del califato.
Questo spiega la pericolosità di questa ideologia che ha delle radici profonde e che minaccia
non solamente Israele, gli Stati Uniti o l'Europa, ma anche tutti i governanti arabi musulmani
ma anche semplicemente i fedeli musulmani che non seguono questa ideologia.
L'Egitto è il principale campo di battaglia di questo sconto. Proprio perché i fedeli musulmani
nascono in Egitto, questo sconto tra jihadisti e nazionalisti, fra fondamentalismo islamico
e nazionalismo arabo nasce e si sviluppa fondamentalmente in Egitto. Il nazionalismo arabo con Nasser
negli anni cinquanta dichiara guerra alla fratellanza musulmana e caccia i leader della
fratellanza musulmana che vanno dove? In Qatar. Il Qatar diventa dagli anni 60-70 il posto
che li accoglie. Quando Erdogan vince le elezioni nel 2000, improvvisamente la fratellanza musulmana
trova un altro paese accogliente, perché? Perché l'ideologia del partito di Erdogan
si rifà alla fratellanza musulmana. La fratellanza musulmana ha molte identità, non ovunque
è jihadista, cioè non ovunque crede nella rivolta militare, nell'uso delle armi. Non
c'è dubbio che il partito di Erdogan è fratellanza musulmana, ma non è jihadista.
In Giordania non sono jihadisti, in Egitto sì, nella striscia di Gaza sì. Il problema
del Qatar è che tiene assieme queste diverse identità. Comunque non c'è dubbio che nello
scontro sull'identità dell'Islam fra il nazionalismo arabo e il jihadismo fondamentalista, il primo
e più importante campo di battaglia è l'Egitto. Nasser era collegato, anche sostenuto, all'Unione
sovietica. Esattamente. L'Unione sovietica che cosa fa? L'Unione sovietica all'inizio
tenta, durante la guerra fredda, di alimentare il nazionalismo arabo in chiave anti-occidentale.
Questo è lo strumento. E quando invade l'Afghanistan si trova contro nel campo di battaglia il
jihadismo sunnita, che è quello di Al-Qaeda. La Russia, anche dopo la dissoluzione dell'Unione
sovietica, vede nei gruppi jihadisti e fondamentalisti dei nemici. Perché? Perché rischiano di
sollevare contro Mosca le popolazioni musulmane che vivono all'interno dei confini della Federazione
russa. Per questo la scelta che fa Putin di sostenere Hamas dopo il 7 ottobre è anche
una scelta in rottura con la politica che la Russia ha seguito soprattutto dopo l'11
settembre. Dopo l'11 settembre Putin va da George W. Bush e gli dice combattiamo assieme
contro Al-Qaeda. Quando Trump lancia la campagna contro l'ISIS in Medio Oriente la Russia collabora.
Il punto vero è che la rottura di questa tradizione russa di lotta allo jihadismo è nel sostegno
all'attacco del 7 ottobre. Questo è qualcosa che ha scioccato gli israeliani, ha sorpreso
gli Stati Uniti ed è stato un momento di profonda rottura che io credo abbia come unica
spiegazione razionale il fatto che Putin abbia visto nella possibilità di una guerra feroce
in Medio Oriente l'opportunità di distrarre gli Stati Uniti e l'Occidente dalla guerra
in Ucraina.
Poi Putin e Cina, il regime cinese, attualmente vanno insieme. Quindi quale potrebbe essere
il ruolo del regime cinese con Hamas? Si può dire che il regime cinese manovri Hamas
e che Hamas sia una marionetta oppure ha una sua indipendenza?
L'altra sorpresa è stata la decisione e la scelta della Cina di esprimere non condanna
nei confronti del 7 ottobre e in qualche maniera sostegno politico per Hamas.
L'interrogativo è perché questo sia avvenuto. È stata una sorpresa per gli Stati Uniti
ma anche per Israele, semplicemente perché la Cina aveva negli ultimi 10-15 anni creato
un rapporto forte di crescita commerciale, sviluppo scientifico. Dunque perché la Cina
ha scelto sul 7 ottobre di avere una posizione così ostile nei confronti di Israele? Perché
ha scelto di non condannare l'attacco del 7 ottobre?
Su questo ci possono essere diverse chiavi di lettura.
Quella più semplice è che c'è un interesse convergente con la Russia nel accendere un'area
di crisi che indebolisce l'Occidente, le democrazie e gli Stati Uniti. Come per la Russia la priorità
è l'Ucraina, per la Cina la priorità è Taiwan. Vedere l'Occidente distratto dalla guerra
in Medio Oriente può essere un'opportunità molto importante.
Però io credo che ci sia un altro elemento che ha a che vedere con il legame fra la Cina e l'Iran.
La Cina è una grande potenza economica ma ha un grande tallone di Achille, non ha il
petrolio, quindi ha bisogno di importare greggio. Qual è il paese da cui importa più greggio?
L'Iran. A sua volta l'Iran, che è sotto sanzione internazionale, vede nel mercato cinese la
sua linfa vitale. I soldi che arrivano da Pechino consentono al regime iraniano di stare
in piedi. Il punto è che l'Iran è il più stretto alleato di Hamas. Quando Hamas attacca
nel 7 ottobre lancia l'attacco per indebolire gli accordi di Abramo, cioè fa l'interesse
dell'Iran. Dunque qui c'è un interesse concentrico, non solamente fra Hamas e l'Iran, ma il grande
sospetto è che dietro a questo ci sia il sostegno di Cina e Russia che per fare il gioco dell'Iran
e indebolire l'Occidente fanno questa scelta di sostenere Hamas. Ed è qualcosa che ha segnato
le relazioni internazionali e che adesso si sta trasformando in un boomerang tanto per
Mosca quanto per Pechino.
Invece questo processo di pace che è stato avviato, che ruolo potrebbe giocare, come
potrebbe essere utile invece a Cina e Russia?
Quanto avvenuto con l'iniziativa di Trump di raggiungere una tregua a Gaza ha innescato
un movimento differente. Improvvisamente gli Stati Uniti che sembravano la nazione più
in difficoltà sono invece riusciti a creare una coalizione a sostegno della tregua. Il
progetto del Presidente Trump è guardare ben oltre la tregua. La tregua è l'espediente
regionale riguardo a un conflitto specifico ma il progetto che ha il Presidente americano
è quello di innescare attorno alla ricostruzione un rafforzamento dei patti di Abramo. E questo
è il vero tema perché i patti di Abramo per gli Stati Uniti significano creare una
zona geo-economica che va dall'India all'Italia, passando per il Medio Oriente, creando di
fatto un'alternativa alla via della seta cinese. Il progetto degli accordi di Abramo è il
rivale geo-politico e geo-economico della nuova via della seta. Non solo, ma la via
della seta ruota attorno alla posizione geo-economica dell'Iran, lì dove invece i patti di Abramo
sono il nemico giurato dell'Iran. A completare questo scenario, che è affascinante, c'è
il fatto che il Presidente Trump sta facendo di tutto per fare entrare nei patti di Abramo
anche gli indonesi. Se gli indonesi, il più grande paese musulmano, 500 milioni di persone,
dovessero entrare negli accordi dei patti di Abramo, basta immaginare un attimo la cartina
geografica e ci rendiamo conto che questa area di interconnessione economica e commerciale
arriva fino al mar della Cina Meridionale, cioè arriva ai confini con la Cina. Da qui
naturalmente è facile comprendere come il Presidente Trump abbia in mente un riassetto
delle relazioni internazionali teso a isolare la Cina, perché vede nella Cina il suo rivale
globale.
Perché Israele corre questo rischio così grande di liberare centinaia di terroristi
che possono riprendere o uccidere?
Questa è una grande domanda, anche perché noi abbiamo visto con la liberazione di Gilad
Scelitti nel 2011, il soldato che era stato detenuto da Famas per lunghi anni, che poi
la liberazione, venne ottenuta la liberazione da Famas e di Gilad Scelitti in cambio di
due mila detenuti, uno dei quali era Sinuar, il capo di Al Qaeda. Il punto è che la società
israeliana è costruita sul rispetto della vita. Nel Talmud è scritto che chi salva
una vita salva il mondo intero, quindi quando una persona è presa in ostaggio, il compito
di tutta la società è fare l'impossibile per liberare l'ostaggio, che l'ostaggio sia
vivo o morto, cioè il recupero della persona che è stata catturata dal nemico e quindi
naturalmente quando si arriva alla cattura di ostaggi, come ha fatto Famas dopo il 7
ottobre, il compito di Israele è recuperarli.
C'è però una differenza rispetto a quanto avvenne con Gilad Scelitti nel 2011 e quanto
è avvenuto in questo caso. All'epoca Israele negoziò per lunghi anni con Famas per avere
Gilad Scelitti, in questo caso invece prima ha attaccato Famas, ha infierito durissimi
colpi all'organizzazione giuridista e poi una volta che Famas si è indebolito ha scelto
il negoziato con loro. Non a caso la liberazione che noi abbiamo visto di 20 ostaggi vivi in
cambio in realtà di 250 palestinesi detenuti per gravissimi reati di terrorismo in Israele
è molto diversa dallo scambio del 2011 fra un soldato israeliano e 2000 palestinesi.
Secondo lei Netanyahu è stato forzato da Trump a firmare una sorta di pace mutilata
per disegnare una vittoria politica per la sua amministrazione?
Io credo che Trump abbia premuto tanto su Netanyahu quanto su Famas. Su Netanyahu attraverso
il legame particolare e strategico che hanno gli Stati Uniti con lo Stato di Israele. Gli
Stati Uniti sono strumentali e indispensabili alla difesa dello Stato ebraico, quindi la
capacità di pressione che ha un presidente americano nei confronti di un primo ministro
israeliano è molto molto forte. Ma al tempo stesso Trump ha scelto di premere su Famas
attraverso i tre paesi più vicini a Famas che sono l'Egitto, il Qatar e la Turchia.
L'abilità di Trump è stata di tenere assieme questi tasselli trasformando questi quattro
paesi mediatori Qatar, Turchia, Egitto e Stati Uniti nel cuore dell'accordo.
Netanyahu aveva interesse a firmare e ad accettare, ma fondamentalmente sì, semplicemente perché
di Famas oggi è rimasto ben poco, gli Hezbollah sono stati a loro volta molto indeboliti,
il regime di Assad è caduto in Siria, l'Iran ha visto indebolito il proprio programma nucleare,
quindi da un punto di vista militare oggi Israele è molto più forte di quanto non
fosse due anni fa. Aveva però questa grande debolezza che erano i 20 ostaggi vivi nelle
mani di Famas, per le ragioni che abbiamo detto prima. E fondamentalmente questa è
stata la premessa con la quale Trump ha detto a Netanyahu, in cambio della liberazione degli
ultimi ostaggi, la fine delle ostilità. E questo è quello che è avvenuto.
Diversi osservatori, a partire da Mossad Hassan Youssef, figlio di uno dei fondatori di Hamas,
sostengono che Hamas non concluderà mai una pace perché la guerra santa è impostata
ancora a noi, dalla dottrina della CIA. E d'altra parte Hamas ha già detto che non
disarmerà realmente, ma darà le armi in custodia all'Egitto o a un comitato egiziano-palestinese.
Questa pace può essere un bluff di Hamas?
Mossad Youssef è, detto il Principe Verde, il figlio di uno dei leader di Hamas e lui
sostanzialmente ha lasciato il padre, lasciando Hamas. Ed è diventato quindi uno degli interpreti
del mondo di Hamas, considerato più credibile tanto in Israele quanto negli Stati Uniti.
Io ho avuto la possibilità di incontrare quello che viene chiamato il Principe Verde
e questa è la sua tesi. La tesi del Principe Verde è che Hamas, essendo un'organizzazione
jihadista, la sua vocazione è la jihad, la sua vocazione è il califato, la sua vocazione
è il combattimento perenne. Ed è un'organizzazione che, essendo jihadista, non ha paura della
morte. Questo è l'elemento di fondo. La morte non è una deterrenza per i jihadisti,
i jihadisti aspirano alla morte, aspirano al martirio. Dunque bisogna trovare delle
forme di combattimento contro di loro, di contrasto, che riescono a intercettare la
loro visione del mondo. In ultima istanza è evidente che la risposta migliore e più
efficace deve venire dall'interno delle società musulmane. Se la società musulmana
sceglie la modernizzazione, la modernità e il rispetto dei diritti, diventa la risposta
migliore nei confronti di Hamas. Ma l'avvertimento che il Principe Verde ha dato a Israele e
agli Stati Uniti è non vi fidate, perché quale che sia il compromesso o l'accordo che
loro firmeranno, in ultima istanza il loro interesse è e resta la continuazione della
società.
Questa è una chiave di lettura di quanto sta avvenendo in questi giorni. Noi vediamo
che praticamente Hamas cosa ha fatto? Hamas ha siglato questo accordo dicendo noi liberiamo
i 20 ostaggi ancora vivi e delle 28 salme di quelli morti ne consegniamo 20 e le ultime
8 non le abbiamo e abbiamo bisogno di tempo. Il punto però è che dopo la consegna dei
20 vivi non hanno consegnato i 20 morti e ce ne sono almeno 19 che sono ancora nelle
loro mani. Allora il punto è perché Hamas non le consegna? L'interpretazione convergente
fra Stati Uniti e Israele è che Hamas sta tentando semplicemente di guadagnare tempo
al fine di evitare il disarmamento, perché la fase 2 del piano Trump è il disarmamento.
Hamas non vuole disarmare, Hamas vuole restare a Gaza e questa è una tattica dilazionatoria
il cui ultimo fine è quello di dire innanzitutto ai propri seguaci non abbiamo perso.
Diciamo che la menzogna è uno degli elementi fondanti dell'organizzazione di Hamas e di
tutto il terrorismo islamico, quindi posto che è molto difficile che Israele si fidi
realmente di quello che dice Hamas, quale può essere la strategia dello stesso Israele
e quanto peso ha l'amministrazione Trump? Io credo che l'amministrazione Trump con le
sue garanzie naturalmente sia determinante, ma in ultima istanza quello che conterrà
sarà la capacità da parte di questo contingente di interforze arabe, probabilmente guidato
dall'Egitto, di entrare a Gaza, eliminare ciò che resta di Hamas e assumerne il controllo
civile. Poi è chiaro che l'amministrazione civile sarà affidata a questo comitato di
tecnocrati palestinesi, però da un punto di vista politico responsabile saranno gli
americani e da un punto di vista di sicurezza saranno gli egiziani. Quindi chi è che garantisce
Israele? Fondamentalmente questi due paesi, gli Stati Uniti e l'Egitto, sempre ammesso
che l'Egitto riuscirà nell'impresa perché cosa prevede il piano Trump? Prevede che dopo
il disarmo gli ultimi comandanti e combattenti di Hamas lasceranno la striscia, cioè se ne
vanno e naturalmente questa è un'operazione non facile da fare, molto delicata, che spiega
perché tanto Trump quanto Netanyahu rivolgendosi a Hamas gli dicono o voi rispettate i termini
dell'accordo che avete sottoscritto o i combattimenti sono destinati a riprendere.
E Trump aveva queste idee di svuotare Gaza, poi sembra abbia abbandonato queste idee, perché?
Io credo che il testo del piano Trump sostanzialmente cosa dice? I palestinesi gazzaui che vivono
a Gaza, che vogliono e che scegliono autonomamente e indipendentemente di uscire dalla striscia
possono farlo e poi possono tornare. Adesso invece è il momento della ricostruzione,
la scelta e la priorità per l'amministrazione Trump è la ricostruzione di Gaza, servirà
molto tempo, serviranno molti investimenti e serviranno anche molte energie della popolazione
civile a Gaza come anche dei paesi arabi musulmani e anche gli europei, se noi facciamo attenzione
all'Europa che fino a questo momento è stata un po' alla finestra, però è destinata a
essere protagonista della ricostruzione di Gaza. Il vero interrogativo è di fronte a
questo scenario, cioè ammettiamo che la ricostruzione parta, che cosa faranno Russia e Cina? Questo
è un grande interrogativo, perché l'impressione è che il presidente Trump voglia in qualche
maniera coinvolgere la Russia nel riassetto del Medio Oriente, mentre è la Cina in questo
momento che resta a immagini di quanto sta avvenendo.
La Palestina è una semplice area geografica e in realtà i cosiddetti palestinesi sono
popolazioni di etnia araba, qui si risale quindi all'origine della questione palestinese
nel 1948 perlomeno, lei cosa ne pensa?
Cosa dice il Principe Verde? Il Principe Verde dice che gran parte di questi palestinesi,
che oggi noi chiamiamo palestinesi, vivono nella striscia di Gaza che era sotto il controllo
dell'Egitto fino al 1967 e in Cisgiordania che era sotto il controllo della Giordania
fino al 1967, quindi teoricamente questi sono cittadini di questi paesi, questo è il punto
vero, quindi questi paesi, l'Egitto e la Giordania dovrebbero essere coinvolti nella
sorte di questi territori, è chiaro che si arriverà in qualche maniera poi alla composizione
della questione palestinese, ma l'approccio che lui ha, che è un approccio molto interarabo,
punta a dare più responsabilità all'Egitto e alla Giordania nella composizione di questa
questione.
Nel 1988 Arafat rispondendo alla domanda su dove fosse la Palestina aveva risposto alla
Palestina ovunque vi siano dei palestinesi, sempre il figlio di uno dei fondatori di
Hamas, sempre Youssef, suggerisce che la chiave di lettura odierna di questa frase sia il
volere esportare il fondamentalismo islamico in tutto l'Occidente per distruggerlo, quindi
è realistico immaginare che l'OLT di Arafat e in generale la fratellanza musulmana e tutte
le organizzazioni israeliste siano da sempre il braccio armato dell'Unione Sovietica,
Russia e oggi soprattutto delle regime cinese?
Io credo che sia giusto dire che tanto l'Unione Sovietica prima quanto la Russia dopo e la
Cina hanno sistematicamente usato la questione palestinese per ottenere sostegno nel mondo
arabo-musulmano e per creare difficoltà all'Occidente, agli Stati Uniti e all'Unione Europea, è
stato uno strumento, durante la guerra fredda la Cina e l'Unione Sovietica erano le alleate
più decise e determinate dell'OLP di Yasser Arafat, così come dopo il 7 ottobre la Russia
e la Cina si sono schierate con Hamas. Perché lo fanno? Che cosa c'è in comune? Perché
attenzione che Hamas e l'OLP fra loro sono rivali, quindi in comune non c'è l'identità
di queste organizzazioni, in comune c'è l'interesse da parte di Mosche e Pechino di usare la
prima dello geopolitico per mettere in difficoltà l'Occidente e la realtà è che a volte riescono
perché se noi ad esempio facciamo attenzione a cosa è avvenuto nelle università americane,
c'è uno studio di Jonathan Schanzer che è un analista del ministero del tesoro negli
Stati Uniti che dice che nel primo anno seguito al 7 ottobre, nelle manifestazioni più dure
pro Hamas avvenute nei campus americani, almeno il 20% dei partecipanti erano cinesi
e questo ha sollevato molti interrogativi. Come è possibile che il 20% dei studenti
cinesi partecipino alle proteste pro Hamas nei campus americani? Che cosa sta succedendo?
Che cos'è che noi non comprendiamo? Come non c'è nessun dubbio che nella guerra ibrida
l'uso delle comunicazioni digitali, la diffusione delle fake news, c'è tutta una serie di account,
di bots da parte di cosiddetti attori cinesi, russi o nordcoreani che diffondono sistematicamente
informazioni a favore di Hamas. Dunque la realtà che cos'è che tiene assieme tutti questi tasselli?
Il fatto che Mosche e Pechino hanno un interesse comune, usare il sostegno per le posizioni
più estreme all'interno del campo palestinese per gettare scompiglio nelle società occidentali.
La chiave di lettura, il ruolo chiave ce l'ha l'Egitto, si può dire, perché storicamente
si è staccato con Sadat dall'Unione Sovietica e quindi se fosse stato ancora agganciato
all'ULP e ai paesi arabi magari adesso sarebbe stato poco possibile questo accordo di pace.
L'Egitto resta il paese chiave in Medio Oriente perché è il paese arabo più grande, più
popoloso, è quello in pace con Israele, è quello che ha l'esercito più potente perché
è costruito completamente dagli americani, quindi è l'Egitto che fa la differenza, non
a caso il vertice di Sharm el Sheikh si è svolto in Egitto e non a caso gli Stati Uniti
come dicevamo prima, anche Israele guardano adesso all'Egitto per assicurare la sicurezza
all'interno di Gaza e se l'Italia dovesse mandare dei carabinieri per partecipare a
questo contingente multinazionale è inevitabile che dovranno collaborare con gli egiziani.