Il Veronese Le nozze di Cana 1562

Paolo Veronese
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2 Visualizzazioni video·14 mag 2026
storia e descrizione della celebre opera del Veronese,nell'ambito della pittura veneziana del 500
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Nulla eguaglia il prestigio della Repubblica di Venezia alla fine del XVI secolo.
La cosiddetta Repubblica Serenissima si accinge a celebrare i suoi 900 anni di esistenza.
La città lagunare è ricca, cosmopolita e libera, e vanta un'insolente indipendenza da Roma e dal Papa.
I racconti dei viaggiatori la rendono leggendaria.
Venezia è di una bellezza che mozza il fiato, una metropoli vivace dallo sfrenato splendore.
Il visitatore si perde nel dedalo dei suoi vicoli, si meraviglia davanti alla moltitudine di ponti,
è sbigottito da questo miracolo urbano le cui fondamenta giacciono al di sotto del pelo dell'acqua, nella laguna.
In tutta Europa si parla dei suoi sontuosi edifici eretti sulle sponde del Canal Grande
e delle magnifiche pitture che adornano i suoi palazzi, le chiese e i monasteri.
Venezia conosce il suo apogeo artistico.
Tre pittori geniali, Tiziano, Tintoretto e il Veronese, cantano la sua gloria.
Nel 1563 il Veronese ha 35 anni.
Dopo cinque mesi di lavoro termina un'opera intitolata Le nozze di Cana.
La tela si trova nel refettorio del monastero Benedettino di San Giorgio Maggiore,
su una piccola isola di fronte al palazzo dei Dogi, sulla sponda opposta del Canal Grande.
Che cosa vediamo? Una tela monumentale che occupa l'intera parete.
Il nostro sguardo non può ignorarla, sembra un prolungamento della sala, nonché un'apertura sul cielo sereno.
Nella sua parte inferiore innumerevoli personaggi vivacemente colorati
festeggiano attorno a un gigantesco tavolo da banchetto.
Che cosa si nasconde in seno a questa moltitudine animata circondata da questa magnifica architettura?
Per scoprirlo dobbiamo interrogare gli elementi del dipinto, i colori e i gesti,
penetrare i segreti della sua struttura per cogliere quello che ci racconta di un'epoca,
di una città e di una repubblica.
Il monastero Benedettino di San Giorgio Maggiore è uno dei più ricchi di Venezia.
I visitatori più prestigiosi della città, ambasciatori, uomini politici, personaggi di spicco,
soggiornano spesso fra le sue mura.
Per il loro refettorio i monaci volevano una sontuosa decorazione.
Hanno scelto con Veronese il tema festivo delle nozze di Cana,
che descrive il primo miracolo di Cristo.
La scena biblica si svolge nel corso di una festa di nozze in Galilea,
nella piccola città di Cana.
Quando viene a mancare il vino, la madre di Gesù si rivolge a suo figlio.
Egli chiede che si riempiano le brocche con acqua e la trasforma in vino.
L'ordine dei monaci è molto preciso, è oggetto di un contratto
che prevede che il lavoro dia l'illusione di prolungare
lo spazio progettato dall'architetto Palladio
e che contenga il maggior numero di personaggi che vi possano essere inclusi.
Sono specificate le dimensioni, 70 metri quadri e la qualità dei materiali.
L'artista dipinge 133 personaggi con colori di prima scelta,
nel rispetto dei termini del contratto.
Come tutti i pittori veneziani, dispone dei migliori pigmenti,
particolarmente rari e preziosi, provenienti direttamente dall'Oriente,
come il lapislazuli, con cui si ottiene il blu oltremare,
l'orpimento per il giallo, il cinabro per il rosso-vermiglio
e il realgar per il rosso-arancio.
Ma soltanto lui è capace di ottenere sfumature tanto morbide e sensuali.
Con un eccezionale talento, il veronese distribuisce armoniosamente i colori,
sa come modificarne il carattere,
li scurisce aumentando lo spessore degli strati
o li rende più chiari mescolandoli con il bianco di piombo.
La messa in scena del dipinto di veronese è perfettamente ordinata.
L'artista situa la scena su una terrazza
dominata da una balaustra e fiancheggiata da monumenti.
La verticalità delle colonne si oppone all'orizzontalità della terrazza rialzata.
La parte superiore, quasi vuota, rischiara l'insieme.
Il pasto si svolge in primo piano in uno spazio ristretto e frontale
contenuto dalla balaustra, il che amplifica l'impressione di caos.
Ma la pittura dell'epoca si rivolge già a prospettive più ambiziose
capaci di portare l'occhio dello spettatore
nell'illusione della profondità dell'immagine.
Tintoretto ha dipinto la propria versione delle Nozze di Cana due anni prima
e la sua opera è dominata da una prospettiva vertiginosa.
Qui, niente di così dimostrativo,
il tutto dà l'impressione di una scena teatrale antica.
Quando il veronese realizza le Nozze di Cana,
l'architetto Palladio progetta il Teatro Olimpico
che sarà costruito pochi anni dopo a Vicenza.
Come il veronese, non ha le stesse priorità dei suoi contemporanei
che cercano di approfondire lo spazio scenico.
Si ispira al trattato di architettura di Vitruvio
che definisce la struttura del teatro romano.
La scena che concepisce presenta somiglianze molto forti
con lo spazio scenico immaginato dal veronese.
Se il veronese concepisce il suo dipinto come una scena
è perché vuole innanzitutto raccontare questa storia
riportata dal Vangelo di San Giovanni.
I suoi personaggi sono attori.
L'occhio dello spettatore è invitato a percorrere la superficie della tela
per seguire la narrazione del testo biblico.
La storia è molto semplice.
Ha inizio al centro, con Cristo immobile
ma all'origine dello scompiglio che si svolge attorno a lui.
Seguiamo passo dopo passo le poche righe della storia del matrimonio
secondo San Giovanni.
Non hanno più vino, dice Maria,
mimando con una mano l'assenza di un bicchiere.
Gesù rimane immobile, insensibile al dramma che si prepara.
Donna, la mia ora non è ancora arrivata.
Maria prende in mano la situazione e si rivolge ai servi.
Fate quello che lui vi dirà.
Gesù finalmente si decide.
Riempite d'acqua le giare.
Ordina, sempre impassibile.
Il miracolo si compie in un passaggio sorprendente.
Uno dei servi inclina la giara, rivolgendola verso lo spettatore.
Il liquido è rosso, è vino.
Il coppiere assaggia il vino,
ammirandone il colore con occhio attento.
Dall'altra parte del tavolo un servitore nero
tende allo sposo una coppa,
mentre il maestro di tavola gli dice con un gesto eloquente
tutti servono da principio il vino buono
e quando sono un po' brilli quello meno buono.
Tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono.
La curiosità si impadronisce degli ospiti.
La sposa esprime con un gesto la sua sorpresa.
Il suo vicino si chiede da dove venga il vino.
Il principe africano si rivolge a un servo per ottenerne una coppa.
La bella donna insonnolita in fondo si sveglia.
Il convitato accanto a lei chiede anche lui una coppa.
La voce continua a diffondersi.
Il veronese concentra in un solo momento
eventi che si succedono uno dopo l'altro.
La rappresentazione principale è completata.
Il peggio è stato evitato, il vino non mancherà,
il matrimonio può continuare
e i musicisti possono iniziare a suonare.
Nel XVIII secolo il critico d'arte Zanetti sostiene
che il veronese si era divertito a rappresentare se stesso
insieme a Tiziano e Tintoretto.
Il musicista vestito di rosso non è altri che Tiziano,
e aggiunge, seduto alla sua destra,
Paolo si era presentato sotto le sembianze
dell'altro musicista vestito di bianco.
Quanto al suo vicino afferma,
vi si può certamente riconoscere Tintoretto.
Questa ipotesi, nata 200 anni dopo la realizzazione dell'opera,
indica fino a che punto i tre pittori
dominino a quell'epoca la scena artistica veneziana.
Tiziano occupa una posizione dominante,
eccezionalmente longevo,
è stato contemporaneo di Raffaello e di Leonardo da Vinci,
è il pittore ufficiale della Repubblica
e la sua reputazione si spinge ben oltre i confini della Laguna
e anche dell'Italia.
Nel 1548 Tintoretto dipinge Il Miracolo di San Marco,
conosciuto anche come Il Miracolo dello Schiavo.
L'opera viene notata e Tiziano si sente minacciato.
Per contrastare quello che vede come un rivale,
porta a Venezia il giovane Veronese e lo sostiene apertamente.
L'emergere di nuovi artisti è favorito dalla concorrenza
che regola gli appalti pubblici,
il talento del Veronese e l'influente appoggio di Tiziano
gli permettono di occupare rapidamente un posto importante.
Il pittore Eugène Delacroix,
dopo avere a lungo studiato Le Nozze di Cana,
scrive nel suo diario il 10 luglio del 1847
Paolo Veronese non ha avuto la pretesa di fare
un capolavoro di ogni sua tela.
Questa capacità di non fare troppo,
questa apparente indifferenza ai dettagli
che conferisce semplicità
è dovuta all'abitudine nel lavoro di decorazione.
Decorazione, la parola è tratta.
Il Veronese ha realizzato una semplice pittura decorativa ed elegante
per il refettorio progettato dal Palladio?
Effettivamente, le cornici del refettorio
sembrano coincidere con quelle del dipinto a destra e a sinistra.
Ma il Veronese non si limita ad adattarsi
all'ambiente disegnato dal Palladio,
utilizza l'architettura per strutturare la sua tela.
Il Veronese ha un senso dello spazio e della forma molto sicuro,
nonché un gusto spiccato per l'architettura.
È figlio di uno spezzapreda,
e cioè di uno scalpellino che allo stesso tempo
taglia pietre, scultore e artigiano architetto.
Prima di dedicarsi alla pittura,
Paolo è stato apprendista con suo padre.
Qualche anno prima di Le Nozze di Cana,
il Veronese ha dipinto le decorazioni della Villa Barbaro,
anch'essa costruita da Palladio a Maserre.
La decorazione è tutta un trompe l'oeil,
archi aperti su giardini irreali,
false porte che lasciano intravedere personaggi pittoreschi.
Il Veronese ridisegna l'architettura della Villa del Palladio.
L'architettura è essenziale per il Veronese,
come lo è per Venezia.
È una delle città più popolose d'Italia,
in perpetua espansione.
La sua forma urbana è unica in Europa e molto densa per l'epoca.
Gli architetti del Rinascimento cambiano profondamente il suo volto.
Palladio gode di un'ottima reputazione.
Ha costruito palazzi e ville, edifici religiosi e pubblici.
A Venezia le chiese segnano nettamente il paesaggio urbano.
Palladio propone un'architettura simmetrica e raffinata,
nella quale l'equilibrio e l'armonia
si basano sul rispetto dei tre ordini architettonici dell'antichità,
Dorico, Ionico e Corinzio.
Ma, un po' come un pittore,
attribuisce importanza non solo alla struttura
e alle proporzioni dei suoi edifici,
ma anche all'effetto che la distanza,
la luce e la densità dell'aria hanno sulla loro percezione.
Dato che le opere a lui commissionate sono destinate a Venezia,
il veronese opta per la pittura su tela,
anche per quelle di grandi dimensioni,
poiché l'umidità e l'aria di mare
danneggiano gli affreschi e le pitture murali.
Come altri artisti, il veronese dirige uno studio
di una trentina di persone
e concepisce un sistema di produzione
che gli permette di realizzare un numero impressionante di dipinti.
Prepara le sue composizioni
eseguendo dei bozzetti molto precisi.
I suoi assistenti li trasferiscono subito sulla tela in scala.
L'acquisto di materiali e la preparazione dei colori
sono affidati alla sua spadra
e l'artista può dedicarsi alla pittura dei personaggi.
Per le nozze di cana,
dipinge ogni personaggio con un pennello largo
e senza neanche aspettare che la pittura si asciughi,
elabora i dettagli con un pennello più sottile.
La sua rapidità di esecuzione è estrema.
A differenza di Tiziano o Tintoretto,
modifica pochissimo la struttura del suo lavoro
nel corso della sua realizzazione.
Suo fratello Benedetto fa parte della sua squadra.
Interviene nella parte superiore della tela
dove contribuisce alla realizzazione
degli elementi architettonici e del cielo.
Certo, la Serenissima Repubblica è ricca
e le commissioni sono numerose,
ma non si limita a fornire un reddito agli artisti.
È un paradiso di stabilità senza precedenti.
La Repubblica di Venezia dura più di mille anni
e attraversa a quasi indenne il XVI secolo
e le sue guerre che devastano l'Italia.
Deve la sua longevità a un sistema politico
concepito al fine di evitare
che una famiglia prevalga sulle altre.
Il Gran Consiglio,
organo sovrano della Repubblica di Venezia,
è composto da tutti i nobili
che abbiano almeno 25 anni di età.
Ciascun membro del Consiglio
può essere eletto al trono ducale
dopo una procedura complessa
che alterna voti per mezzo di bollettini,
estrazioni a sorte e designazioni.
Una volta eletto,
il potere del Doge è strettamente controllato.
Non può compiere alcun atto politico
in totale autonomia.
Non può neanche aprire da solo le lettere
che gli inviano gli ambasciatori
o i governatori delle province.
Non può nemmeno lasciare Venezia
senza due consiglieri alle calcagna.
Nel XVI secolo, tuttavia,
la Serenissima deve fare i conti
con la concorrenza economica
dei porti europei.
Cristoforo Colombo ha aperto la strada
e le rotte marittime si moltiplicano,
consentendo scambi di merci
che un tempo giungevano solo a Venezia,
sulla rotta delle Indie.
Il pericolo arriva anche dai turchi
che nel corso del secolo privano Venezia
delle sue imprese e delle sue colonie
in Medio Oriente.
Eppure, l'arte veneziana è al suo apice.
In questa epoca, più che mai,
Venezia afferma la sua indipendenza
dalla Santa Sede.
Questa indipendenza politica
si traduce in una relativa indipendenza religiosa.
Dei veneziani si dice che
credono enormemente in San Marco
abbastanza in Dio
e poco o per niente nel Papa.
Se Tiziano, il Veronese e Tintoretto,
come molti altri, rimangono a Venezia,
è soprattutto perché la Serenissima
offre loro una grande libertà
nell'esercizio della loro arte.
Il Veronese può insistere a proprio piacimento
sull'aspetto profano e festivo
delle nozze di Cana
senza sentirsi minacciato
dalla censura dell'Inquisizione.
Tuttavia, non dimentica
il simbolismo religioso.
Sulla parte superiore,
nel punto esatto in cui
l'asse verticale e quello orizzontale
si intersecano,
appena sopra la testa di Gesù,
due macellai tagliano della carne.
Ai piedi del tavolo,
una bottiglia contiene il sangue dell'animale.
La carne e il sangue alludono a Cristo,
Agnello di Dio morto sulla croce,
e all'Eucaristia,
con la quale il pane e il vino
diventano il corpo e il sangue di Cristo
durante la messa.
Nella parte inferiore della tela
è evocata la condizione mortale
dell'uomo per mezzo della
clessidra posata davanti ai musicisti,
i quali, a loro volta,
simboleggiano le fasi della vita.
L'unione di sacro e profano
è una caratteristica
della pittura del Veronese,
come nei Pellegrini di Emmaus
o nella presentazione alla Vergine
della famiglia Cucina
mescola un episodio biblico
a scene del presente.
Questa giusta posizione
corrisponde a un gusto personale,
ma riflette anche una nuova volontà
della Chiesa di rendere le scene religiose
più accessibili
e più familiari al pubblico.
Nelle Nozze di Cana
tutto sembra indicare che il Veronese
si sia ispirato all'Aretino
che nel 1535
nei suoi tre libri
de L'umanità di Cristo
ha trasposto l'episodio biblico
nei fasti del Rinascimento.
L'Aretino scrive
«Le persone più importanti,
le più nobili e le più illustri
della città parteciparono a quelle
nozze, sottolineando
che si trattò di un matrimonio
di sfarzo reale».
Suprenominato
«il flagello dei principi»,
Pietro Aretino è un libellista
e un libero pensatore che non si pone limiti.
Dopo essere scampato a un tentativo
di assassinio
finisce per rifugiarsi a Venezia
al sicuro dall'ira della Santa Sede.
Forte bevitore
certamente apprezza questa città
in cui le carenze del sistema
di approvvigionamento idrico
spingono a bere vino
piuttosto che un'acqua
dal gusto sgradevole.
La leggenda vuole che sia morto
durante un pasto particolarmente ricco
di libagioni, letteralmente morto
dal ridere dopo aver ascoltato
una barzelletta oscena.
Forse, più semplicemente,
il quadro del veronese riflette
il ricordo dell'incoronazione
della dogaressa Zilia Priuli,
avvenuta poco prima che l'artista
dipinga le nozze di Cana.
Dopo nove capi di stato celibi,
il doge Lorenzo Priuli
sale al trono accompagnato
da una donna. I festeggiamenti
sono particolarmente sfarzosi.
Scrive un cronista
dell'epoca, «da oltre un secolo
non si vedevano abiti così
magnifici».
Il veronese, come alcuni
dei suoi colleghi pittori,
progetta costumi teatrali,
come dimostrano i suoi schizzi ricchi di note
che indicano le varie fasi
della loro realizzazione.
Nelle nozze di Cana,
il veronese trasforma il mondo
e le sue mode in qualcosa di straordinario
e simbolico.
Distorce gli atteggiamenti,
amplifica le proporzioni
e la gestualità,
esagera lo sfarzo dei costumi.
Rappresenta la scena
nel senso teatrale del termine.
Le nozze di Cana
offrono una grande varietà di costumi,
tessuti e gioielli.
Nei secoli successivi,
questi costumi sgargianti
e anacronistici per una scena biblica
suscitano confusione in molti osservatori.
Il critico
Jean-Joseph Taillesson
così scrive nel XVIII secolo.
Cosa c'è di più ridicolo
della pretesa che tutto lo sfarzo
e la ricchezza dell'Asia
si siano manifestati in occasione
del matrimonio di un piccolo borghese
di una piccola città della Galilea?
Qual è in vero semiglianza d'espressione?
Lo scrittore tedesco Goethe
difende il veronese
da queste accuse.
Chi volesse cavillare sui costumi
dipinti dall'artista
dovrebbe semplicemente tenere presente
che era stato incaricato
di dipingere una storia del XVI secolo
e non ci sarebbe altro da dire.
Questo gusto per la rappresentazione
spinge il veronese
ad aggiungere mille dettagli pittoreschi
alla sua tela.
Dettagli che esasperano
Delacroix che nel suo diario scrive
certamente in un giorno in cui
era di cattivo umore
che abbia voluto dipingere il Cristo
un cittadino di Venezia
restano le vesti da camera,
gli sfondi blu,
i negretti che portano cagnolini
tutto questo è vero
organizzato con armonia di linee
e di colore.
Il dipinto del veronese
non è una riproduzione realistica
della Galilea biblica
né della Venezia del XVI secolo.
Nei dieci anni seguiti
al successo delle nozze di Cana
l'artista crea sei dipinti
ispirate a feste bibliche
tutti altrettanto brulicanti e liberi.
Per l'ultimo
intitolato l'ultima cena
viene convocato al tribunale dell'inquisizione.
Gli inquisitori
ritengono che sia inopportuno
includere in una scena religiosa
animali e personaggi
vestiti in modi che non appartengono
all'epoca di Cristo.
La fantasia non è permessa.
Di fronte ai censori
che lo accusano di usare i Vangeli
come un pretesto per descrivere scene triviali
il veronese si scusa
e spiega
se c'è ancora spazio nella tela
lo decoro di tutte le figure che mi vengono chieste
e secondo la mia immaginazione
noi pittori
ci concediamo le stesse licenze
dei poeti e dei folli.
L'artista è condannato
a modificare la tela
ma si limita a cambiare il titolo
in cena a casa di Levi.
Il veronese ne esce indenne
ma per lui
è la fine di un sogno di indipendenza
e di libertà.
Il vento sta cambiando
la Serenissima cede terreno
di fronte a una santa sede
che cerca di incanalare
la sconfinata fantasia degli artisti
per rispondere alla riforma protestante
che rifiuta totalmente
qualsiasi immagine religiosa.
Il declino
è iniziato.
Due secoli più tardi
il generale Napoleone Bonaparte
invade Venezia.
Napoleone cederà
la Serenissima all'Austria
che la metterà come una semplice provincia
e come risarcimento
per le spese di guerra
il generale si approprierà
delle nozze di cana.
